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Il loro servo


di Membro VIP di Annunci69.it Lievemente
28.12.2025    |    2.638    |    1 6.9
"Lei incrociò le gambe, osservandolo come si osserva qualcosa che si possiede da tempo..."
Lei era seduta sulla poltrona come se fosse un trono.
La schiena dritta, le gambe accavallate con studiata lentezza. Ogni gesto era calmo, definitivo. La stanza sembrava costruita attorno a lei.
«Apri», disse senza guardarlo.
Il servo scattò subito. Non aveva bisogno di chiedere chi era. Quando tornò, lasciando entrare l’uomo, fece un passo indietro e rimase in piedi accanto alla parete.
L’amante sorrise appena, osservandolo.
«Sempre puntuale», disse. «È addestrato meglio di quanto pensassi.»
Lei sorrise. Non un sorriso gentile.
«Non è addestramento. È bisogno.»
Il servo abbassò gli occhi. Conosceva quel tono. Era quello che lei usava quando parlava di lui come di qualcosa che le apparteneva del tutto.
«Guardalo», continuò lei, accavallando di nuovo le gambe. «Non sa dove mettersi se non glielo dico.»
L’amante rise piano. «È vero. Sembra perso.»
Poi, rivolgendosi direttamente a lui: «Allora? Non saluti?»
Il servo aprì la bocca, poi la richiuse.
Lei intervenne subito: «Non gli ho dato il permesso di parlare.»
L’amante alzò le mani, divertito. «Hai ragione. Scusa.»
Poi aggiunse, con finta innocenza: «È così silenzioso perché ha paura o perché gli piace?»
Lei inclinò leggermente la testa.
«Entrambe.»
Il servo sentì il cuore battere più forte. Non c’era rabbia in quelle parole. Solo verità nuda.
«Avvicinati», ordinò lei.
Lui fece due passi, fermandosi a distanza.
«Così va bene», disse lei. «Non troppo vicino. Sai che non lo meriti.»
L’amante lo osservò dall’alto in basso.
«È incredibile», disse. «Sa esattamente dove guardare. O meglio… dove non guardare.»
Lei ridacchiò. «Ha imparato bene. Certi dettagli lo distraggono.»
Fece una pausa, poi aggiunse con crudele precisione:
«E io so perfettamente quali.»
Il servo serrò le mani lungo i fianchi. Non c’era bisogno di spiegazioni. Lei aveva sempre usato quella sua fragilità come un filo invisibile, tirandolo quando serviva.
«Resta lì», disse lei. «E ascolta.»
L’amante annuì, complice. «Non ti preoccupare», aggiunse, rivolto al servo. «Non sei qui per partecipare. Sei qui per ricordarti chi sei.»
Lei sorrise di nuovo.
«Bravo», disse all’amante. «Hai capito tutto.»
Il servo rimase immobile.
Deriso. Ridotto. Umiliato con parole misurate.
Eppure, dentro, sapeva una cosa sola: essere lì, anche così, era l’unico modo che conosceva per amare.

Lei lo guardò a lungo prima di parlare. Quel silenzio era sempre il preludio peggiore.
«Oggi», disse infine, «voglio vedere quanto sei disposto a renderti utile.»
Il servo deglutì. «Sì.»
L’amante si appoggiò allo schienale della poltrona accanto a lei, sorridendo.
«Oh, questo mi piace già.»
Lei allungò leggermente una gamba, lasciando che la punta della scarpa fosse ben visibile.
«Sai cosa fare», disse. «Con attenzione. E senza fretta.»
Il servo si inginocchiò. Non alzò mai lo sguardo. Si limitò a prendersi cura di ciò che lei indicava, con gesti precisi, quasi rituali. Ogni movimento era controllato, studiato per ricordargli quanto fosse in basso.
«Guarda come si concentra», commentò l’amante ridendo.
«Sembra che da questo dipenda il senso della sua vita.»
Lei rise piano. «Per lui è così.»
Il servo sentì le risate sopra di sé, leggere, complici. Non erano cattive. Erano peggio: erano divertite.
«Non tremare», disse lei. «Non stai facendo nulla di importante. Sei solo… al tuo posto.»
Quando ebbe finito, lei ritrasse la gamba senza ringraziarlo.
«Ora alzati. E renditi davvero utile.»
«Da bere», aggiunse l’amante, alzando il bicchiere vuoto. «Visto che è così bravo a servire.»
Il servo si alzò subito, andò verso il mobile e preparò i drink con cura e silenzio. Quando tornò, porse prima il bicchiere a lei, poi all’amante, senza mai incrociare i loro occhi.
«Guarda come evita di farsi notare», disse l’amante. «È quasi commovente.»
Lei prese il bicchiere, lo assaggiò.
«Non è commovente. È necessario.»
Poi aggiunse, guardandolo dall’alto:
«Sei fortunato. Non tutti trovano uno scopo così chiaro.»
Risero entrambi. Una risata condivisa, intima, da cui lui era escluso ma che lo teneva comunque lì.
Il servo rimase in piedi, le mani lungo i fianchi, il cuore pieno di vergogna e devozione. Ogni derisione lo svuotava un po’ di più, ma allo stesso tempo lo legava a lei con una forza che non sapeva spezzare.
Lei lo osservò ancora un momento, poi concluse:
«Resta. Mi servi così.»


Lei non gli disse di allontanarsi.
E lui capì che quello significava restare.
L’amante si avvicinò alla poltrona con naturalezza, come se quello spazio gli appartenesse da sempre. Lei alzò lo sguardo verso di lui, e per la prima volta da quando era entrato, il suo volto si addolcì appena.
«Finalmente», disse lui. «Stavo aspettando.»
Lei sorrise, poi lo attirò a sé quel tanto che bastava. Il gesto fu lento, deliberato, visibile. Il loro bacio non fu lungo, ma fu inequivocabile: intimo, sicuro, privo di esitazioni.
Il servo era lì.
Sotto di loro.
Testimone.
«Non smettere», disse lei senza voltarsi verso di lui. «Non voglio che ti distragga.»
Il servo continuò a occuparsi di ciò che gli era stato indicato, con attenzione quasi devota, come se il mondo si fosse ristretto a quel punto preciso ai loro piedi.
L’amante lo guardò dall’alto e rise.
«È incredibile», disse. «Non prova nemmeno a fingere dignità.»
«Non ne ha», rispose lei tranquillamente. «Ha solo utilità.»
L’amante annuì, complice.
«Giusto. E poi…» aggiunse, chinandosi leggermente per farsi sentire da lui, «non ti senti più tranquillo così? Quando sai che siamo sopra di te?»
Il servo non rispose. Non gli era richiesto.
Il silenzio era parte della sua funzione.
Lei appoggiò di nuovo la schiena alla poltrona, lasciando che l’amante restasse vicino, una mano poggiata con naturale possesso sul bracciolo.
«Guarda», disse all’amante. «È esattamente dove deve stare.»
«Sì», rispose lui sorridendo. «Ai nostri piedi. A ricordarsi ogni secondo che non è come noi.»
Risero insieme. Una risata piena, condivisa, che lo attraversò senza includerlo.
Il servo sentì quella superiorità come un peso costante sopra di sé. Non lo schiacciava: lo teneva fermo. Definito. Invisibile e indispensabile allo stesso tempo.
Lei concluse, con voce calma:
«Continua. Finché lo decido io.»
E lui continuò.
Lui non aspettava più ordini.
Aveva imparato a leggere i silenzi, i movimenti minimi, gli sguardi che non lo includevano mai del tutto. Essere ignorato era già una richiesta.
Lei e l’amante erano vicini, uniti da una complicità tranquilla, quasi annoiata. Ogni tanto si scambiavano un sorriso, un commento a mezza voce. Lui era lì sotto, presente abbastanza da essere utile, invisibile abbastanza da non disturbare.
«Guardalo», disse l’amante con un tono leggero. «Non chiede nulla. Non pretende nulla.»
Lei annuì. «Ha capito che non è qui per essere felice. È qui per renderci felici.»
Quelle parole lo colpirono più di qualsiasi rimprovero.
Perché erano vere.
Si occupava di ogni dettaglio con una cura che sfiorava l’ossessione. Ogni gesto era una dichiarazione muta: sono qui, usatemi. Non c’era più resistenza in lui, solo disponibilità.
L’amante rise piano. «È patetico. Ma funziona.»
Poi aggiunse, guardandolo dall’alto: «Dimmi, lo fai per lei… o per entrambi?»
Il servo non rispose.
Non perché non sapesse la risposta.
Ma perché sapeva che non gli apparteneva più.
Lei incrociò le gambe, osservandolo come si osserva qualcosa che si possiede da tempo.
«Lo fa perché non sa essere altro», disse. «E perché stare ai nostri piedi è l’unico modo che ha trovato per sentirsi necessario.»
L’amante si chinò appena, abbastanza da farsi sentire.
«E se un giorno smettessimo di volerti?»
Il servo sentì un vuoto aprirsi dentro, immediato, totale.
Poi una certezza ancora più forte: avrebbe fatto qualunque cosa per evitare quel momento.
Lei parlò per lui.
«Non succederà. Finché continuerà così.»
Risero di nuovo.
Una risata che sanciva la loro superiorità, il loro legame, la sua esclusione permanente.
Il servo rimase lì, consapevole di una verità ormai completa: non cercava più rispetto, né riconoscimento. Cercava solo di essere abbastanza. Abbastanza utile. Abbastanza umiliato. Abbastanza disposto.
Perché se loro sorridevano,
se loro erano soddisfatti,
allora il suo posto nel mondo era salvo.
E questo, per lui, era tutto.
Non ridevano di lui apertamente.
Ridevano sopra di lui.
Era questo che aveva imparato a distinguere: non serviva indicarlo, bastava parlare come se non fosse una persona. Come se fosse una funzione della stanza, una presenza scontata.
«È incredibile quanto sia instancabile», disse l’amante, sorseggiando con calma.
«Non chiede mai nulla.»
Lei inclinò appena la testa. «Perché non deve chiedere. Se vuole restare, sa cosa fare.»
Lui era lì, a pochi passi, immobile. Ogni parola lo definiva meglio di qualsiasi ordine. Non provava più vergogna nel sentirsi usato: provava sollievo. Essere sfruttato significava essere ancora necessario.
L’amante aggiunse, con un sorriso pigro: «È quasi divertente. Più lo ignoriamo, più si impegna.»
Lei rise piano. «È il suo modo di implorare senza parlare.»
Non lo guardavano mentre parlavano di lui.
E questo lo colpiva più di qualsiasi sguardo diretto.
Dentro, qualcosa si era chiuso definitivamente. Non c’era più una linea da difendere, nessuna dignità da recuperare. Solo una volontà semplice e assoluta: non deluderli.
Se ridevano, voleva esserne la causa.
Se erano soddisfatti, voleva esserne lo strumento.
E loro lo sapevano.
Lei concluse con una frase detta quasi distrattamente, come si parla di un oggetto che funziona bene:
«Finché resta così, possiamo farne quello che vogliamo.»
L’amante annuì, complice.
«E lui resterà.»
Lui non ebbe bisogno di confermarlo.
Era già tutto ciò che era rimasto
Lei lo vedeva come si vede una risorsa affidabile.
Non provava rabbia, né disprezzo vero. Solo una tranquilla certezza: lui c’era per sostenere ciò che contava davvero.
Come quella volta al tavolino di un bar elegante, con l’amante accanto. F
ece scorrere distrattamente il menù.
«Prendiamo anche una bottiglia», disse. «Tanto…»
Si interruppe un istante, sorridendo.
«Sai che possiamo permettercelo.»
L’amante rise. «Già. È incredibile quanto renda, considerando che non spende nulla per sé.»
Lei bevve un sorso, osservando la gente intorno. «Non ne ha bisogno. La sua ricompensa è un’altra.»
Poi aggiunse, con naturalezza: «E comunque, è giusto così. Lavora. Io vivo.»
Non c’era cinismo nella sua voce. Solo ordine.
Sapeva perfettamente che ogni viaggio, ogni cena, ogni capriccio era costruito sullo stipendio di lui. Lo considerava un equilibrio corretto: lui offriva stabilità, loro godevano del tempo, del lusso, della leggerezza.
«Ti rendi conto», disse l’amante, «che paga letteralmente perché noi siamo felici?»
Lei sorrise. «Sì. Ed è esattamente quello che vuole.»
Non lo diceva per giustificarsi.
Lo diceva perché era vero.
Quando tornava a casa, lo trovava sempre disponibile, sempre attento. Non chiedeva mai come avessero passato la serata. Non osava. E lei apprezzava quella discrezione.
«Sai», disse una volta all’amante, davanti a lui, «è comodo avere qualcuno che si occupa di tutto il resto.»
Poi lo guardò, finalmente.
«Tu sei bravo in questo.»
Lui abbassò lo sguardo, come sempre.
Lei capì in quel momento che non avrebbe mai smesso. Non avrebbe mai chiesto di più, né di diverso. Avrebbe continuato a lavorare, a servire, a sostenere la vita che lei aveva scelto con un altro.
E lei, senza alcun rimorso, continuò a usare ciò che lui offriva: il denaro, il tempo, la dedizione.
Perché il potere, pensava, non è prendere con la forza.
È accettare ciò che qualcuno è disposto a dare.
E lui era disposto a dare tutto.

Lei non provava alcuna esitazione quando lo portava con sé.
Anzi, lo trovava utile.
Al ristorante lo fece sedere un po’ in disparte, come sempre. Non perché mancasse posto, ma perché quella distanza parlava per lei. Parlava di lui.
«Ordina pure», disse all’amante, passando il menù. «Tanto paga lui.»
Lo disse ad alta voce. Abbastanza perché il cameriere sentisse. Abbastanza perché il servo arrossisse.
L’amante sorrise, divertito. «Davvero?»
Poi guardò lui, dall’alto in basso. «Generoso.»
Lei aggiunse, con tono leggero: «È il suo modo di partecipare.»
Fece una pausa. «Non è capace di altro.»
Qualcuno al tavolo accanto lanciò uno sguardo curioso. Lei non abbassò la voce. Non lo faceva mai. L’umiliazione funzionava meglio quando era chiara, quando non lasciava spazio al dubbio.
«Sai cosa mi piace?» disse all’amante. «Che non protesta. Non si offende. Sa che è giusto così.»
Il servo rimase in silenzio. Le mani strette sulle ginocchia. Non per paura degli altri, ma per non deluderla.
L’amante rise. «In pratica, lavora per mantenerci.»
Poi aggiunse, senza cattiveria: «Un investimento riuscito.»
Lei bevve un sorso e annuì. «Esatto. E lui lo sa.»
Infine si voltò verso il servo, davanti a tutti.
«Vero?»
Lui annuì appena.
Lei sorrise, soddisfatta. Non era crudeltà: era conferma pubblica dell’ordine delle cose. Voleva che fosse chiaro, per chiunque guardasse, che lui non era un partner, né un pari. Era un mezzo.
Più tardi, uscendo, l’amante le sussurrò: «Lo stai distruggendo.»
Lei scrollò le spalle. «No. Gli sto dando uno scopo.»
E mentre lui camminava qualche passo dietro di loro, pagando conti che non aveva scelto, accettando sguardi che non lo riconoscevano, lei era perfettamente a suo agio.
Perché il potere, per lei, non era violenza.
Era esposizione.
Era usare la luce degli altri per mettere qualcuno definitivamente al suo posto.
E lui, davanti a tutti, ci restava.





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